Da martedì 14 luglio l’Aula della Camera comincia a votare la nuova legge elettorale. La chiamano Stabilicum. Le opposizioni la chiamano Melonellum. Il nome cambia poco: quello che conta è cosa fa.
E in questi giorni tutto ruota attorno a una parola: preferenze.
Il racconto che arriva ai cittadini è semplice. Fratelli d’Italia vuole restituirti il potere di scegliere il tuo deputato. Forza Italia e la Lega non vogliono. È una battaglia per la democrazia.
Guardiamo i fatti, non la maglietta.
La preferenza che non è una preferenza
L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e UDC prevede un capolista bloccato — cioè scelto dal partito — e sotto di lui sei candidati, tra cui potrai indicare fino a tre preferenze.
Sembra un passo avanti. Ma leggiamo cosa succede davvero quando si contano i voti.
Chi tra i candidati non bloccati prende più preferenze può essere eletto solo se in quel collegio il partito elegge più di un candidato. Se ne elegge uno solo, va al capolista — a prescindere da quante preferenze abbiano preso gli altri.
Ora, la domanda concreta: in quanti collegi un partito elegge più di un deputato?
In pochi. Nella grande maggioranza dei collegi plurinominali, un partito di medie dimensioni elegge un solo candidato. E quel candidato è il capolista.
Il che significa: nella maggior parte dei casi, la tua preferenza non sposta nulla. Il deputato lo ha già scelto la segreteria. Tu puoi tracciare tutte le X che vuoi.
Non è una preferenza. È l’ombra di una preferenza.
Perché litigano davvero
Se il litigio non è sul tuo diritto di scegliere, su cosa è?
Sui soldi e sui seggi.
Lega e Forza Italia sono contrarie per una ragione che nessuno dei loro dirigenti dirà mai a un microfono: con i sondaggi attuali, i loro candidati sanno già di non avere concrete possibilità di essere eletti. E fare campagna con le preferenze è costoso: si parla di decine di migliaia di euro, e per i candidati più ricchi si arriva a centinaia. Chi non può spendere, non compete.
Forza Italia, ufficialmente, adduce un’altra ragione: il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata in alcune aree. È un argomento serio, in astratto. Ma nessuno spiega perché lo stesso rischio non valga per le elezioni regionali ed europee, dove le preferenze ci sono da sempre.
Fratelli d’Italia le vuole per ragioni altrettanto poco nobili: Meloni le ha promesse per anni, e ora che la legge la scrive lei non può fare marcia indietro senza perdere la faccia — anche perché Vannacci la incalza da destra.
E c’è il ricatto, che è la parte più istruttiva. Se l’emendamento sulle preferenze cade, Fratelli d’Italia minaccia di tornare al testo base: premio di maggioranza alla lista più votata, non alla coalizione. Tradotto: FdI prende tutto, e a Lega e Forza Italia non resta un seggio blindato.
Il cittadino, in questo calcolo, non compare mai.
Il motivo tecnico che non ti dicono
C’è un’ultima ragione per cui le preferenze fanno comodo, e riguarda un’aula diversa da quella di Montecitorio.
Un sistema interamente a liste bloccate rischia grosso davanti alla Corte Costituzionale. Non è una previsione: è già successo. L’Italicum — la legge di Renzi, che a questa somigliava — fu bocciato dalla Consulta nel 2017 proprio su quel terreno.
Inserire un simulacro di preferenza serve anche a questo: blindare la legge da un possibile siluro della Corte.
Il che spiega perché la preferenza proposta sia congegnata come è: abbastanza da poter dire che c’è, troppo poco perché cambi qualcosa.
Cosa succede in Aula
Da martedì la Camera vota. Si comincia con le pregiudiziali di costituzionalità sollevate dalle opposizioni.
Poi, quasi certamente, si passa allo scrutinio segreto — il regolamento lo prevede per le materie elettorali. È il momento in cui i deputati votano senza che il partito sappia come. E in cui si scopre quanti, dentro la maggioranza, la pensano diversamente da chi li comanda.
Anche dentro Fratelli d’Italia, viene riferito, non tutti sono d’accordo.
Alle 18, davanti a Montecitorio, ci sarà la piazza convocata da Riccardo Magi — la “Notte della democrazia” — con Conte, Fratoianni e Bonelli.
Le cose serie di cui nessuno parla
Mentre l’attenzione è tutta sulle preferenze, nella stessa legge passano cose che riguardano milioni di persone.
Il voto ai fuorisede. Un emendamento della maggioranza permetterebbe a chi studia o lavora lontano dalla residenza di votare dov’è. Riguarderebbe circa cinque milioni di cittadini, che oggi per votare devono pagarsi un viaggio. È una misura giusta, chiesta da anni. Ma il Partito Democratico sostiene che così com’è scritta sia troppo rigida — un bluff. Su questo varrebbe la pena litigare.
La circoscrizione Estero, ridotta da quattro a due ripartizioni per la Camera e a una sola per il Senato. Milioni di italiani residenti all’estero, rappresentati da un numero di seggi invariato ma su aree geografiche enormemente più grandi.
Le firme per presentarsi. Un emendamento esenta dalla raccolta firme i partiti che a dicembre 2025 avevano un gruppo parlamentare. Chi è nato dopo — o chi viene da fuori — le firme le raccoglie. Chi c’era già, no.
Quest’ultima merita una riflessione. Una legge elettorale scritta da chi è in Parlamento, che rende più facile restarci a chi c’è già e più difficile entrare a chi non c’è.
C’è una cosa che puoi fare oggi
Mentre la Camera vota una legge che ti toglie la scelta, esistono tre proposte di legge di iniziativa popolare che te la restituirebbero. Le ha depositate l’associazione Voto LibEguale, e si firmano online con SPID o carta d’identità elettronica.
Chiedono tre cose.
Due preferenze di genere diverso su nomi prestampati, e primarie obbligatorie per tutti i candidati. Non il capolista bloccato con la preferenza-fantasma di cui si discute in Aula: la scelta vera.
Abolizione delle pluricandidature e delle soglie di sbarramento. Oggi un candidato può presentarsi in più collegi, vincere, scegliere dove andare — e gli altri seggi si riempiono con nomi che nessuno ha votato.
Abolizione del voto congiunto. Oggi votando il candidato uninominale voti automaticamente la lista bloccata collegata. Non puoi separarli: è un pacchetto imposto.
E c’è una leva che le rende serie. L’articolo 74 del Regolamento del Senato obbliga a calendarizzare le leggi di iniziativa popolare entro tre mesi. Se le firme arrivassero ora, l’esame cadrebbe mentre lo Stabilicum è al Senato.
Servono cinquantamila firme per ciascuna.
Il portale del Ministero regge decine di migliaia di firme al giorno: il limite non è tecnico. Il limite è che quasi nessuno sa che si può firmare. Ed è per questo che lo scriviamo qui.
Si firma online, servono cinque minuti e lo SPID:
→ votolibeguale.itPartecipazione Attiva non ha promosso queste proposte e non ci mette il cappello: le rilancia perché vanno nella direzione che sosteniamo da sempre. Se un’idea è giusta, non conta di chi è.
La domanda che resta
Qualunque sia l’esito del voto di questa settimana — preferenze sì, preferenze no, preferenze finte — una cosa non cambia.
Chi decide i candidati? Le segreterie.
Chi decide chi guida il Paese? Un premio di maggioranza che scatta al 42%, assegnando 70 seggi alla Camera e 35 al Senato a chi arriva primo.
E il cittadino? Il cittadino sceglie tra liste che qualcun altro ha compilato, per un premier che qualcun altro ha indicato, con una preferenza che nella maggior parte dei casi non sposterà nulla.
Poi torna a casa, e per cinque anni non gli viene chiesto più niente.
Questo è il punto che nessuno, in questa settimana di grande agitazione, sta discutendo. E non è una questione di destra o di sinistra: è una questione di chi tiene la penna.
Partecipazione Attiva segue l’iter dello Stabilicum e sostiene il ricorso pendente in Cassazione contro il Rosatellum, la cui udienza è fissata per il 29 ottobre.
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