Ieri pomeriggio, martedì 14 luglio 2026, la Camera ha bocciato a scrutinio segreto l’emendamento della maggioranza sulle preferenze nella nuova legge elettorale. È mancato un solo voto: 188 contrari, 187 favorevoli.
L’emendamento — a prima firma Fratelli d’Italia, Noi Moderati e UDC — introduceva un sistema misto con capolista bloccato e fino a tre preferenze in una scheda con sette nomi. Nelle ore precedenti Giorgia Meloni si era esposta in prima persona: aveva chiamato i ministri in aula e, con un post sui social, aveva contestato la richiesta di voto segreto avanzata dalle opposizioni, invitando i parlamentari a «metterci la faccia». Governo e relatori avevano dato parere favorevole. A far mancare i numeri sono stati, secondo i primi conti, una trentina di franchi tiratori interni alla stessa maggioranza.
Subito dopo il voto, i leader delle opposizioni — in aula e al presidio davanti a Montecitorio — hanno chiesto compatti le dimissioni della premier. Giuseppe Conte ha invitato Meloni ad aprire la crisi di governo; Elly Schlein ha parlato di un voto contro l’arroganza dell’esecutivo e di un’occasione per dare al Paese un governo capace di affrontare i problemi reali; Nicola Fratoianni ha letto il risultato come una sfiducia sostanziale. Dall’aula si sono levati i cori «elezioni» e «dimissioni».
Va detto con precisione, per non alimentare equivoci: la bocciatura di un singolo emendamento non fa cadere il governo, che resta in carica. La maggioranza ha già annunciato di voler proseguire — il ministro Antonio Tajani ha derubricato l’accaduto a «incidente di percorso» — e il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che a Palazzo Madama, dove sul punto non è previsto il voto segreto, il testo potrà essere corretto. La premier, a caldo, ha commentato con amarezza: «ha vinto di nuovo la palude».
Partecipazione Attiva al presidio
All’iniziativa era presente anche Partecipazione Attiva, in qualità di comitato referendario — lo stesso che nel 2024 aveva promosso il referendum su questi temi. Il nostro portavoce ha ribadito la posizione del movimento: la nuova legge elettorale, così com’è impostata, rischia di maturare l’ennesimo atto di incostituzionalità, costringendo poi a inseguirla con iniziative giudiziarie. Il nodo resta quello di sempre, la libertà di scelta dell’elettore: liste e capilista bloccati svuotano il voto, e l’emendamento sulle preferenze, per come era congegnato, non lo restituiva davvero ai cittadini.
Cosa succede ora
L’esame della legge — il cosiddetto «Stabilicum», sistema proporzionale con premio di maggioranza per chi supera maggiormente il 42% dei voti — prosegue. Con la bocciatura delle preferenze restano le liste bloccate, e la partita si sposta al Senato, dove il voto palese cambia gli equilibri. Partecipazione Attiva continuerà a seguire il percorso del provvedimento e a vigilare sui profili di costituzionalità, come fa dalla stagione referendaria del 2024.