Il convegno in tre minuti: chi ha parlato, cosa ha detto, cosa scrive la legge. La voce è sintetica, fatta con l’intelligenza artificiale; i fatti no.
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Buongiorno, qui è Partecipazione Attiva, e oggi vi raccontiamo il convegno che si è tenuto lunedì a Milano contro la nuova legge elettorale. Una cosa prima di cominciare: la voce che state ascoltando è fatta con l'intelligenza artificiale.
Lunedì ventotto settembre, alla Camera del Lavoro di Milano, più di trenta tra costituzionalisti, ex magistrati, giornalisti e politici si sono ritrovati sotto un titolo che dice già tutto: dalla parte della Costituzione. L'incontro lo hanno promosso Costituzione e Democrazia, la Fondazione Demo e Articolo 21, con il sostegno della Rete per un voto libero e uguale, e il giorno non era scelto a caso, perché proprio quel giorno la riforma tornava alla Camera per l'ultima lettura.
Il deputato del Partito democratico Gianni Cuperlo ha criticato l'obbligo di indicare prima del voto il nome del futuro presidente del Consiglio, perché secondo lui mette in discussione l'articolo novantadue della Costituzione, che quella nomina la affida al Presidente della Repubblica. Peter Gomez, direttore del sito del Fatto Quotidiano, ha scelto un esempio: chi supera di un soffio il quarantadue per cento prende cento parlamentari in più, mentre chi resta un soffio sotto non prende niente, e qui, ha detto, c'è qualcosa che non torna. La costituzionalista Francesca Biondi ha aggiunto che la riforma spinge a una competizione tra personalità e non tra proposte, e il giornalista Massimo Giannini l'ha chiamata capocrazia. L'ex magistrato Gherardo Colombo è andato ancora oltre: se passa questa legge, ha detto, tutto dipenderà dal Presidente del Consiglio, e il Parlamento sarà svilito.
Su quest'ultimo punto conviene però guardare i numeri. Per eleggere i giudici della Corte costituzionale servono i tre quinti del Parlamento, e con il tetto previsto dalla legge chi vince non ci arriva da solo.
Che cosa c'è, allora, davvero nella legge? Lo spiega il dossier ufficiale di Camera e Senato. Chi arriva primo e supera il quarantadue per cento dei voti riceve un premio fisso di settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, ma solo se vince in tutte e due le Camere, altrimenti il premio non va a nessuno. I cento parlamentari di cui parlava Gomez, per l'esattezza, sono centocinque. Si potranno dare fino a tre preferenze, ma il capolista resta bloccato, e ogni coalizione dovrà scrivere nel programma il nome del suo candidato premier, che però non comparirà sulla scheda. Infine, per presentare una lista serviranno seimila firme in ogni collegio, contro le millecinquecento di oggi, ma chi è già in Parlamento ne sarà esentato.
I promotori del convegno vogliono portare la legge davanti alla Corte costituzionale prima delle prossime elezioni, e la strada è quella già percorsa contro il Porcellum e l'Italicum: una causa davanti al giudice civile, che può mandare la questione alla Consulta. Non tutti sono d'accordo, e il quotidiano Libero ha scritto che l'opposizione punta sui giudici. Intanto la Camera vota, e secondo l'Ansa il voto finale è atteso verso l'otto ottobre.
Per noi di Partecipazione Attiva il punto è semplice: le regole del voto non le scrive una parte sola. Se volete l'articolo completo, con tutte le fonti, lo trovate sul nostro sito, Partecipazione Attiva. Alla prossima.
Lunedì 28 settembre 2026, alla Camera del Lavoro di Milano, si è svolto il convegno «Dalla parte della Costituzione – contro una legge elettorale che cambia gli equilibri democratici». Dalle 17 alle 19.30 hanno parlato più di trenta ospiti: costituzionalisti, ex magistrati, giornalisti, storici e politici.
L’hanno convocato i costituzionalisti di Costituzione e Democrazia, la Fondazione Demo e Articolo 21, con il sostegno della Rete per un voto libero e uguale. La data non era casuale: nelle stesse ore la riforma tornava alla Camera per l’ultima lettura.
Il punto di partenza era l’appello «Torniamo alla Costituzione», firmato da 160 costituzionalisti.
Fonti: Articolo 21, programma del convegno, 24 settembre 2026; Simone Bauducco, Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2026.
Le voci della sala
- Maria Agostina Cabiddu, costituzionalista: la legge elettorale è una legge ordinaria, ma sono le regole del gioco e «dovrebbe essere condivisa».
- Gianni Cuperlo, deputato Pd: l’obbligo per le coalizioni di indicare prima del voto il nome del futuro premier «mette chiaramente in discussione» l’articolo 92 della Costituzione.
- Peter Gomez, direttore del sito del Fatto Quotidiano: se chi ha il 42,02% prende cento parlamentari in più di chi ha il 42,01%, «c’è qualcosa che non torna».
- Francesca Biondi, costituzionalista: la riforma spinge alla competizione «tra personalità, non tra proposte».
- Massimo Giannini, giornalista: l’obiettivo è una «capocrazia».
- Andrea Giorgis, costituzionalista e senatore Pd: «un attacco al pluralismo».
- Gherardo Colombo, ex magistrato: «tutto dipenderà dal Presidente del Consiglio e il Parlamento sarà svilito».
Fonti: Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2026 (resoconto e intervento di Colombo); Alanews, video del 28 settembre 2026 (Cabiddu, Cuperlo).
E adesso: la strada della Consulta
I promotori vogliono portare la legge davanti alla Corte costituzionale prima delle prossime elezioni, per evitare che il nuovo Parlamento venga eletto con una legge in parte illegittima. La strada è quella già percorsa contro il Porcellum e l’Italicum: una causa davanti al giudice civile, che può mandare la questione alla Consulta.
Non tutti la vedono così: secondo Libero, l’opposizione «punta sui giudici».
Fonti: Articolo 21, programma del convegno; Fausto Carioti, Libero, 28 settembre 2026.
Cosa dice davvero il testo
Dal dossier ufficiale dei Servizi Studi di Camera e Senato sull’A.C. 2822-B (16 settembre 2026):
- Premio fisso: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi arriva primo con almeno il 42% dei voti, ma solo se vince in tutte e due le Camere. Altrimenti il premio non va a nessuno.
- Tetto: 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200.
- Preferenze: fino a tre, ma il capolista resta bloccato.
- Candidato premier: ogni forza politica lo indica nel programma; il nome non compare sulla scheda.
- Firme: 6.000 per collegio per presentare una lista (oggi 1.500), con esenzioni per chi è già in Parlamento.
Da dove viene il «cento» di Gomez. Il premio vale 70 + 35 = 105 seggi. Chi supera la soglia li prende tutti, chi si ferma un soffio sotto non ne prende nessuno.
Un controllo sul timore di Colombo. Per eleggere i cinque giudici della Consulta che spettano al Parlamento servono, dal quarto scrutinio, i tre quinti dei componenti: 360 voti su 600. Con il tetto della legge chi vince arriva al massimo a 333: da solo non basta. Per i membri laici del Csm la regola è meno rigida: dal terzo scrutinio bastano i tre quinti dei votanti, non dei componenti. Lì il peso di una maggioranza larga si sentirebbe di più.
La Camera riesamina solo le modifiche del Senato. Secondo l’Ansa il voto finale è atteso verso l’8 ottobre.
Fonti: Servizi Studi di Camera e Senato, dossier A.C. 2822-B, 16 settembre 2026, pp. 7-9; Ansa, 23 settembre 2026; Costituzione, artt. 92 e 135; legge costituzionale 2/1967, art. 3; legge 195/1958, art. 22.
La nostra posizione
Seguiamo lo Stabilicum dall’inizio. La nostra posizione l’abbiamo scritta in tre punti, e il convegno di Milano li tocca tutti.
1. Il metodo. Non siamo contrari alla stabilità di governo: è un obiettivo legittimo. Ma una legge elettorale è la regola con cui i cittadini esercitano la sovranità, e non può essere scritta da una sola parte, a proprio vantaggio (la nota del portavoce Luigi Spanu, 17 luglio).
2. Chi sceglie gli eletti. Con il capolista bloccato, nella grande maggioranza dei collegi un partito elegge un solo deputato, e quel deputato è il capolista. Le tre preferenze, lì, non spostano nulla: sono l’ombra di una preferenza. Il nome lo sceglie la segreteria, non chi vota (La preferenza che non ti fa scegliere).
3. Il criterio. Una legge elettorale è giusta solo se la accetteresti senza sapere in anticipo se vincerai o perderai (Una legge elettorale giusta). Fra i cinque requisiti che ne derivano c’è questo: chi vince non deve potersi impadronire da solo degli organi di garanzia.
Su quest’ultimo punto, con onestà: il timore espresso a Milano va misurato. Con il tetto di 333 parlamentari la maggioranza non arriva da sola ai 360 voti necessari per i giudici della Consulta: lì il nostro criterio regge. È meno solido sul Csm, dove dal terzo scrutinio contano i votanti. E non regge sulle firme: lo Stabilicum le porta a 6.000 per collegio ed esenta chi è già in Parlamento. È la direzione opposta a quella che sosteniamo.
Per questo sosteniamo le tre leggi di iniziativa popolare di Voto LibEguale. Chiedono la preferenza vera, da 250 a 500 firme per presentare una lista e nessuna esenzione per i partiti già in Parlamento (Voto LibEguale: tre leggi da firmare).